Background per un Automa Mago

Sarebbe un personaggio di Shadow of the Demon Lord, un Clockwork, però è adattabile a qualsiasi gioco in cui ci siano razze tipo i Forgiati di D&D o gli Android di Pathfinder. Poi in realtà non è neanche un mago, visto che in SotDL si parte da livello 0. Però era per dare un’idea di cosa vorrà diventare “da grande”.

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Se un’anima umana viene posta in una macchina, cosa si ottiene? Come si definisce l’identità?

Chi siamo noi? Come definiamo il nostro essere? Molti direbbero un’unione di corpo e anima. Pare una definizione solida. Però cosa accade quando il nostro corpo cambia? Se ci tagliamo i capelli, siamo ancora noi? E i nostri capelli recisi sono ancora una parte di noi o solo spazzatura? In casi più estremi, come un’amputazione, che succede? Come consideriamo l’arto amputato e il corpo mutilato? Se poi ci viene messa una protesi?

Per non parlare di quando un’anima viene presa dall’oltretomba per essere vincolata a una struttura di metallo. Chi siamo noi in questo caso? L’anima precedente? Il nostro corpo? Un individuo totalmente nuovo? Difficile rispondere a domande come queste, sicuramente non sono io ad avere le risposte.
Una cosa però è certa: siamo esseri viventi e meritiamo, in quanto tali, dei diritti fondamentali. Inalienabili.

Non la pensavo in questo modo qualche anno fa. Anzi, non pensavo affatto a tutto questo. Cinque anni fa per la precisione. Però pare una vita fa. In effetti lo era. Potrei dire di non essere la stessa persona, da molti punti di vista.

Io ero, forse sono ancora, la macchina lavoratrice “qualificata SiderGeo 989”. Con la mia squadra, i miei fratelli, direi adesso, lavoravo alla miniera. Gli umani ci usavano per l’estrazione dei minerali. Noi Clockwork siamo molto comodi: non beviamo, non respiriamo, non mangiamo. Poi siamo resistenti, anche se a volte non abbastanza.

Il mio compito era quello di compiere le riparazioni alla strumentazione e di compiere analisi sui campioni, le strutture e l’aria, in modo da stilare i rapporti.
I miei fratelli avevano il compito più duro: usare i picconi e spingere i carrelli.
Per tutti era naturale, o almeno, si comportavano come se lo fosse.

Pur essendo senzienti eravamo trattati come fossimo macchine. Strumenti estremamente comodi e autosufficienti, ma nulla più.

La svolta accadde una sera. A fine turno. Ero sotto a controllare un binario parzialmente divelto. All’improvviso un tonfo. Un crollo. Nulla di troppo allarmante, era normale. Mi avvicinai per esaminare la situazione. Poi vidi uno sbuffo di gas sulla polvere che galleggiava in aria. Questo sì che era allarmante. Non feci in tempo a dire nulla. Luce. Boato. Poi buio.

Mi risvegliai nell’officina. Sentii gli umani che parlavano tra loro.
“Questo si è riattivato!”
“Oh, almeno uno. Però guarda: cade a pezzi ormai. Dovremmo buttarlo assieme agli altri e prenderne uno nuovo”
“No, dai, se uso i pezzi buoni delle altre carcasse, dovrei riuscire a rimetterlo in sesto”
“Bah, dici?”
“Sì, dai, almeno risparmiamo qualcosina e poi ci beviamo gli avanzi del fondo cassa riparazioni!”
Poi buio di nuovo.

Mi risvegliai.
Confuso. Mi sentivo strano.
“Hey, funziona! Herbert, questo funziona!”
“Lascia perdere: guarda qua!”, sentii un foglio che veniva sventolato, come fosse più pesante di uno spadone “I capi hanno deciso che qua si chiude tutto.”
“Ma come?!? C’è ancora molto da estrarre là sotto”
“Troppi crolli e troppi problemi. Che cavolo ne so. Hanno detto di chiudere tutto e andarsene”

Ancora non riuscivo a connettere bene. C’era qualcosa che non andava in me. Provai a muovermi, a dire qualcosa, ma non avevo il pieno controllo del mio corpo.

I due si alzarono e uscirono, chiudendo la porta. Poco dopo, sempre che la mia cognizione del tempo fosse affidabile, sentii il rumore della carovana che se ne andava.

Pian piano recuperai l’uso del corpo. Posso dire che era il MIO corpo? Non lo so. A volte lo faccio ugualmente, per comodità. Altre volte questa locuzione mi pare profondamente errata.
I miei arti erano spariti, sostituiti da quelli dei miei fratelli. Il mio tronco era tenuto insieme da varie bande metalliche, probabilmente anch’esse ricavate dei miei compagni morti.

Con la lentezza data dalla sensazione di estraneità che provavo, uscii dall’officina e iniziai a perlustrare la zona, in cerca di oggetti utili. Mi imbattei in una piastra levigata, così lucida da riflettere la mia immagine.
Fu decisamente bizzarro. Io non ero io. L’immagine che mi veniva riflessa non corrispondeva minimamente all’immagine mentale che avevo di me stesso.
Trovai dei vestiti e li indossai.
Ecco. Così almeno avrei dato meno l’impressione di essere quello che ero: un’accozzaglia di pezzi di creature diverse. Solo i viso era rimasto invariato. Qualche graffio, però i cambiamenti piccoli non contano, come dicevamo prima, no?

Mentre mi sistemavo la manica notai una piastra a scorrimento nel braccio. Il piccolo pannello poteva essere spostato da una leggera pressione. Lo feci, senza indugiare. D’altronde ormai il corpo era mio, no?

Dentro era incisa una scritta “Nolite Te Bastardes Carbondrorum”. Il braccio era di “operaio Geo 232”. Doveva essere lingua antica. Avevo già sentito quella locuzione, anni addietro. “Non lasciare che i bastardi ti calpestino”.

Rimassi alcuni minuti completamente immobile a fissare l’orizzonte fuori dalla finestra. “Nolite Te Bastardes Carbondrorum”. Chi sono i bastardi? Chi lo calpestava? La risposta era ovvia, ma per coglierla serviva, per così dire, una rivoluzione paradigmatica.

Dopo qualche minuto raggiunsi una nuova convinzione: non potevo lasciare che gli umani ci usassero come “carne” da macello. Non possiamo lavorare come schiavi per loro, per poi essere gettati via come spazzatura quando siamo feriti.

Ero vivo ed avevo uno scopo. Dovevo solo trovare un modo per raggiungerlo. Ero stato progettato per studiare. Forse avrei potuto studiare la magia, in modo da liberare dalle catene fisiche e mentali il maggior numero di fratelli.




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