Vai al contenuto

Etica, Veleni e Necromanzia – Racconto Breve

Si parlava della necromanzia come scuola di magia in D&D (ne parlavamo qui, in un gruppo telegram) e della sua considerazione sia nelle ambientazioni sia nel regolamento (Sia D&D 5e, sia la 3.5 sia l’obsoleta 3.0). Quindi per una volta invece che farvi un pippone gigante (come avevo fatto per la magia Oscura del Principe dei Draghi o la Pietra Filosofale di Fullmetal Alchemist), ho pensato di fare un piccolo racconto, solo che mano a mano che il tempo passa diventa sempre meno breve. Probabilmente alla fine rimpiangerete il pippone.
Spero di non annoiarvi troppo.

I necromanti son malvagi per forza! Guardate che faccia!

Una settimana passata a mangiare radici, disperso nella foresta. Il freddo che trasformava la mia armatura in una trappola gelida. Non mi azzardavo ad accendere fuochi se non per brevi periodi, cercando di occultare il fumo.
Sacrificio necessario. Anzi, indispensabile.
Dovevo stanare quel criminale psicopatico che aveva avvelenato l’acquedotto della città. Anzi: non solo stanarlo, ma fermarlo a tutti i costi e impartirgli la giusta punizione.

Non era stato difficile trovare gli indizi. Vicino al luogo in cui hanno forzato l’impianto idrico sono state trovate tracce che portavano a nord. È bastato un briciolo di investigazione per scoprire che in quella direzione viveva un famigerato mago oscuro, noto per le sue pratiche di necromanzia.

Nessuno in città se l’era sentita di accompagnarmi. Non li biasimo. Molte persone erano morte. Altri dovevano occuparsi dei feriti o prendersi cura di attività urgenti. Senza contare l’atavico timore suscitato dal necromante che viveva nella foresta del nord. Comprensibile.
Questo però mi aveva portato a dover affrontare un tipo di pericoli per cui non sono addestrato. Un attimo di distrazione e un branco di lupi ha fatto fuori le mie provviste, la mia tenda e la mia povera e fedele cavalla. Addio Epona.
Sacrifici necessari. La mia determinazione e la mia fede mi condurranno alla meta e riporterò la giustizia.

Per fortuna almeno non nevica e riesco a seguire i sentieri. Aguzzo la vista per mettere a fuoco un particolare oltre una fila di alberi. A proposito di fortuna, cosa sono quelli?
Mi avvicino con cautela a un gruppo di cespugli ricoperti da strani fiori giallastri.
Estraggo dal mio zaino un foglio. Arret, la botanica della città, una volta esaminati i sintomi degli avvelenati aveva ipotizzato si potesse trattare di questo coso, come si chiama? Apro il foglio e leggo “Citrus letalis sarcodactylus”. Osservo il disegno: identico alla pianta.
Secondo indizio. Sono sulla pista giusta. Questo mi rinfranca. Inoltre probabilmente non sono lontano dal covo del malvagio negromante.

Avevo ragione. La luce della mia fede mi ha condotto sul giusto percorso, nonostante tutto.
Di fronte a me si erge la tenebrosa dimora del mago oscuro. Una maestosa magione di legno nero, costellata di torri e torrette.
Nel cortile un gruppo di scheletri sta trascinando un grosso oggetto metallico, conducendolo verso un piccolo casolare antistante l’edificio principale.

Mi avvicino approfittando della copertura dei cespugli. Gli scheletri non sembrano notarmi, quelle putride aberrazioni necromantiche sono creature stupide, per mia fortuna.
Riesco a sgattaiolare sul retro della casa. Una porta di servizio. La benedizione della mia dea mi sta guidando!
Le finestre sono coperte da pesanti tende nere, sono piuttosto sicuro che non verrò visto.
Mi avvicino.

A fianco della porta ci sono due sacchi a terra. Sbircio dentro. I fiori giallastri. Sono loro.
Necromanzia, stesso veleno, strada a nord. Tre indizi fanno una prova.
Apro la porta.

I miei occhi impiegano qualche secondo per abituarsi alla penombra. Attraverso l’ingresso e mi trovo sulla destra delle scale che portano ai piani superiori. Però un rumore da dietro una porta alla sinistra attira la mia attenzione. La apro con cautela.

Un fuoco. Un camino. Luce. Una giovane donna sta gettando sterpaglie nelle fiamme. I riflessi del fuoco giocano sulla sua cascata di biondi capelli.
Sembra triste e spaventata. Se fosse una prigioniera avrei il dovere di salvarla.
“Ehm, signorina…”
Si volta, mi guarda, emette un gridolino strozzato e fugge in una stanza accanto.
“Non sono qui per farle del male.” Poso la mia faccia alla porta di legno, parlando a bassa voce e cercando di calmarla.
“Non posso parlare agli estranei! Se lui se ne accorge, mi ucciderà.” La sua voce acuta suona disperata.
“Bando alle preoccupazioni! Sono qui per salvarla. Mi occuperò del malvagio negromante che la tiene rinchiusa e che ha avvelenato la città!”.
“Lo farebbe? Lì nella cesta sotto al camino trova le chiavi delle sue stanze, ma non dica che la sto aiutando, mi trasformerebbe in uno di quei…quei…” La sua voce si spezza in un singhiozzo.
Mi chino e mi metto a frugare sotto il camino, nonostante il fumo che fastidiosamente mi arriva in faccia. Dopo alcuni minuti, finalmente, eccola: una grossa chiave pesante di ottone.
“Grazie signorina, non tema. Porrò fine alla vita di quel malvagio incantatore!”

Pongo la mano sull’elsa della mia spada mentre salgo le scale. Con il peso dell’armatura non posso evitare di far scricchiolare il legno dei gradini. Salgo fino al terzo piano, dove la chiave appena rinvenuta trova una sua valida collocazione, permettendomi di aprire una pesante porta rinforzata.
Mi pare che i cardini cigolino atrocemente mentre io tento di non far rumore, spingendo la porta con il gomito mentre ho già la spada in pugno.

Un salotto. Poltrone, libreria, tavolo, ma, cosa più importante, una creatura scheletrica ammantata in una tunica decorata sta maneggiando dei libri. Di certo un lich. Mi dà le spalle. Non certo il più onorevole dei combattimenti, ma contro un avversario del genere si può chiudere un occhio. Scatto avanti. Adrenalina. Sangue che martella nelle orecchie. Non si è ancora girato. Incanalo l’energia magica nella mia arma. Calo la spada. La lama fende la larga tunica e dopo un lunghissimo istante incontra la flebile resistenza delle ossa della creatura. Si sente un rumore secco. Ossa spezzate. La creatura è a terra, inerme.

Facile, è stato sorprendentemente facile.
Guardingo giro il corpo, ma la creatura non reagisce. Un colpo fortunato. Ora posso pensare alle prossime azioni.
Tuttavia, mentre sono ancora chino sui resti del mio avversario, sento dei passi. Mi giro di scatto. Ormai è tardi. Una figura è comparsa sulla porta.

“…che cavolo…Bartolomeo! Che ti hanno fatto?!” Una voce bassa, profonda.
Non so cosa rispondere. Tengo ancora la spada in pugno ed esamino il nuovo arrivato: un uomo non più giovane, con una lunga barba bianca, vestito con abiti larghi e comodi, seppur di un evidente valore.
“Esigo una spiegazione, chi sei, che ci fai qui in casa mia?”
Il padrone di casa. Quindi la mia missione non è conclusa. Emetto un suono gutturale mentre mi lancio in avanti, per porre fine alle empie crudeltà del negromante.

Questo mio slancio è meno fortunato del precedente. Il mio avversario compie un rapido cenno con le mani e fa comparire artigli ossei dal soffitto che agguantano la mia spada, disarmandomi.
Mi guardo intorno interdetto, che fare?

“Mi potresti dire che ti ho fatto, per meritare questo trattamento, di grazia?” La sua voce suona piccata, mi fissa con un cipiglio contrariato.
“Le tue malefatte finiscono qui. Sono giunto a porre fine alle tue empietà!” Cerco di mantenere la mia fermezza, mentre indietreggio, tentando di avvicinarmi alla spada mentre tengo d’occhio il mago.
“Empietà? Quali empietà? Detto poi da uno che entra in casa d’altri e distrugge la servitù…” Incrocia le braccia inclinando la testa di lato, come per esortarmi a parlare.
“Tu, tu…tu sei il malvagio negromante che ha avvelenato la città!”. Punto il dito platealmente in segno di accusa.
“Beh, sì, io sono un negromante. Però…non ho mai avvelenato alcuna città. Per il momento almeno”. Sorride, lascia ricadere le braccia lungo i fianchi e cammina con passo misurato verso una delle vetrine.
“Ma, ma…il malvagio negromante delle terre del nord…i fiori…” Sono confuso. Non mi aspettavo questa svolta. Perchè dovrebbe negare? Perchè non mi attacca?

Intanto il padrone di casa ha aperto una vetrina, estratto una bottiglia e due bicchieri. “Ho già detto che sì, sono negromante. Malvagio, non direi, anche se ho, come tutti, le mie giornate no”. Sorride. “Brandy?”. Senza attendere una risposta riempie entrambi i bicchieri. “I fiori, è vero, servono anche per produrre veleno. Così come per produrre medicinali. C’è perfino chi li utilizza in certi rituali magici. Qua vicino si trovano abbastanza facilmente, quindi li essicco e alcuni gentiluomini comprano le polveri”.
“Ma…ma…il veleno…è…è…una malvagità!” Balbetto mentre il mago mi porge il mio bicchiere e si va a sedere su una poltrona.
“Oh, andiamo. Certo che il veleno uccide, ma anche le frecce e le spade lo fanno. Accuseresti un fabbro di malvagità per questo? Poi come ti dicevo, le polveri essiccate servono anche come medicinale. Io confido che le usino per il meglio, ma a parte questo non posso fare molto, ti pare?” Ora è seduto a sorseggiare brandy tranquillamente mentre mi parla.
“Però, tu sei…un necromante e…”. Non so se sono più stupito della piega che ha preso la conversazione o del fatto che mi ritrovo in piedi, con la spada ancora intrappolata tra gli arti scheletrici, mentre parlo con quest’uomo placidamente seduto.
“Oh, siamo ancora a questo punto? Nel Quarto secolo D.Y. Stiamo ancora qui? Sono necromante e quindi sono malvagio. Seriamente?”
“Beh…usare la magia necromantica per animare i cadaveri è sbagliato e…”. Mi sembra di dover spiegare l’ovvio, ma non so da dove partire.
“Ah, sì? E perchè sarebbe sbagliato, sentiamo!” Sorseggia un po’ di brandy mentre continua a lisciarsi la barba. Sembra quasi divertito.
“Beh, è contro natura!”
“Tu non hai mai letto Hume, vero?” Scuote la testa mentre mi squadra. “No, probabilmente non l’hai mai letto”.
Mi sento in difetto. Come se avessi fatto scena muta all’interrogazione preparata. “Beh…no…ma”.
“Siediti. Ci vorrà un po’.” Indica un’altra poltrona e io, stordito, avanzo verso di essa.

Si schiarisce la voce dopo aver sorseggiato ancora il Brandy. “Facciamola facile: non si può derivare il prescrittivo dal descrittivo.” Mi scruta. Evidentemente la mia confusione interiore è lampante poiché continua a spiegare “Vale a dire che da “ciò che è”, non si può decidere “ciò che deve essere”. Se vediamo che capita sempre una cosa, non si può stabilire che allora è giusta”. Mi osserva e inarca le sopracciglia come a domandarmi se ho ben compreso.
“Beh, ok, certo, ma il fatto che qualcosa sia naturale o innaturale un po’ cambia…no?” Azzardo timidamente, mentre mi ritrovo a sorseggiare il brandy.
“Dannazione, no! A parte che questa dicotomia è arbitraria e fallace: una diga fatta dai castori è naturale? E se fatta dagli uomini?” Non mi dà il tempo d replicare, era una domanda retorica. “Poi il leone che uccide i leoncini per copulare è naturale, quindi è più giusto di un incantesimo di cura per salvare la vita a un neonato?” Si ferma, infervorato. Gli occhi puntati su di me.
“N-no…beh…Però usare l’energia negativa per creare invece che distruggere…” Vengo interrotto bruscamente.
“Oh, andiamo, questo è sempre lo stesso argomento, presentato in modo diverso! Se domani uno riuscisse a usare il fuoco per creare lo mettereste al rogo come malvagio o sareste ben contenti di questo sviluppo magico?”. Spazientito incrocia le braccia e attende che io formuli un’altra argomentazione.

Finisco il brandy. Buono, con una nota particolare che non riesco a identificare. Quindi dopo aver raccolto le idee, proseguo. “Tutto vero, però comunque qua stiamo usando energia negativa e questo non è mai un bene!” Annuisco alle mie stesse parole, per rafforzare la mia tesi. L’uomo inspira profondamente prima di controbattere.
“Ammesso e non concesso che non sia un bene, resta da provare che sia un male. Cutberto dovrebbe essere ancora famoso. Giusto?”. Annuisco, perplesso. “Combatteva con mazza e magia e, guarda caso, tra le sue magie preferite c’erano quelle in grado di infliggere ferite ai nemici usando l’energia negativa. Questo è un male forse?”
Scuoto la testa, cercando di riordinare le idee, ma l’incantatore continua. “Esistono vari incantesimi basati sull’energia negativa che non sono considerati malvagi. Quindi non può essere questa l’argomentazione. Puoi fare di meglio.” Il padrone di casa si alza, versa altro brandy nei nostri bicchieri, poi torna a sedersi. Ringrazio con un cenno.

“Ma in questo caso la magia disturba il sonno dei morti. Quindi…”. Di nuovo non riesco a finire la frase. “Ecco, esatto! Disturbare il sonno dei morti! Questo è il pregiudizio che ci affligge. L’umanità teme la morte, da sempre. Per questo qualsiasi intervento umano affine ad essa, esclusi i tentativi diretti di allontanarla, è considerato spontaneamente come una pericolosa minaccia!” Prende fiato, si liscia la barba per ricomporsi. “Io non disturbo nulla. Io animo cadaveri. Mi limito a operare sulle ossa, anche sulle carni a volte, ma poi puzzano e preferisco lasciar stare.”. Sorride, come fosse una battuta divertente. “Lo spirito, o l’anima, se preferisci, del defunto rimane là dove stava prima. Infatti gli scheletri non hanno nulla del comportamento o dei ricordi che avevano in vita”. Allarga le mani, mostrandomi i palmi, come a evidenziare l’ovvietà della sua affermazione.
“Vero, ma…ma così i defunti non possono tornare in vita! Un incantesimo di resurrezione fallirebbe! Questo imprigiona le anime nell’aldilà!”. Sbatto il pugno sul bracciolo, soddisfatto di aver trovato un’argomentazione efficace.
“Bravo ragazzo. Questo è un buon argomento.”. Sono spaesato. Questo è solo un gioco per lui? “Dicevo, questo è un buon argomento, ma bisogna considerare una cosa: io prendo i cadaveri dalle vecchie tombe del cimitero. Voglio solo gli scheletri perchè, come dicevo, non puzzano. Sono persone morte da anni. Mai resuscitate. Poi nella tomba lascio sempre un biglietto da visita. Se qualcuno dovesse mai voler effettuare una resurrezione ora (cosa rara già di base, figuriamoci dopo anni dalla morte), potrebbe contattarmi. Io distruggerei il mio servitore scheletrico per permettere loro la resurrezione. Indovina quante volte è successo in 30 anni di carriera?”. Unisce i polpastrelli mentre mi guarda con un sorriso sghembo. “Beh, non molte, immagino…”. Sbuffa. “Zero. Zero volte. La resurrezione è roba per ricchi nobili e grandi eroi. Non per i villici. Lo sai meglio di me!”.

Sono perplesso. Ho sempre considerato la necromanzia un male. Un abominio. Era solo un pregiudizio? Non ci sono davvero argomentazioni valide al riguardo? Quest’uomo che pensavo essere un criminale è davvero innocente quindi? Sorseggio il mio secondi brandy, mentre provo a individuare la fonte di quel sapore anomalo. Prugna? Non sembra. Mi riscuoto e torno a pensare alle argomentazioni.

“Ma i morti così creati portano malattie e pestilenze!” Il mago lascia cadere le mani lungo il corpo, sconfortato. “Tu li mangi, figliolo?”. Sono sbigottito. “C-cosa?”. Lui continua, incalzandomi. “Tu mangi i non morti? Perchè in quel caso, sì, potrebbero farti stare male. Oppure se uno rianimasse una persona morta di malattia subito dopo il suo trapasso. Ecco, in quel caso sarebbe pericoloso. Però tanto quanto usare i suoi vestiti, nulla più. Le malattie si sviluppano nei corpi vivi. Non nei morti. Dai, che stavi andando bene, questa è una caduta di stile!”
Rimango accigliato. Però ha senso. Provo a incrociare le gambe, ma l’armatura rende scomoda l’operazione, quindi mi appoggio solo sul gomito e rifletto.

“I non morti però sono malvagi. Creare non morti aumenta la quantità di male nel mondo, quindi creare non morti è malvagio!” Sorrido soddisfatto. Scacco matto.
Il mio interlocutore annuisce comprensivamente. “Sul fatto che siano malvagi in realtà c’è stato un interessante dibattito. Alcuni sostengono che non avendo pensieri, non possano avere “libero arbitrio” e quindi non possano compiere scelte etiche e di conseguenza non siano malvagi. In passato erano ritenuti neutrali. Tuttavia ora la maggior parte del mondo accademico concorda sulla loro malvagità.” Lo ammette così candidamente? “Tuttavia, bisogna considerare una cosa: i non morti da me creati sono sotto il mio più completo controllo. La loro inclinazione naturale è completamente sovrascritta e sostituita dai miei ordini. Quindi al contrario di chi recluta mercenari malvagi, io non rischio che i miei ordini siano travisati da chi vuole indulgere nei propri comportamenti meschini. Si potrebbe dare un neonato in braccio a uno dei miei scheletri e sarebbe più al sicuro che con molti umani. Garantito!” sono incredulo. “Un neonato, ma…”. “Confermo. Sarebbe pericoloso solo se io dessi l’ordine allo scheletro di fare del male al piccolo. Ma in quel caso sarebbe la mia malvagità il problema, giusto? Non quella dello scheletro! La sua eventuale malvagità diviene irrilevante fintanto che non può compiere azioni liberamente, non ti pare?” Sono di nuovo spiazzato. Però suona convincente. “Quindi stai dicendo che sarebbe come dominare mentalmente un malvagio?”. Aggrotta le sopracciglia un secondo, prima di rispondere. “Non esattamente, ma diciamo che ci sono elementi sufficienti per tracciare un parallelismo. Fatto sta che finché è sotto il mio controllo, potrebbe essere anche un Balor, ma non farebbe differenza.”

L’idea del Balor mi fa pensare. “Ma, se per caso il controllo si spezzasse? Ad esempio…ad esempio se tu dovessi morire! In quel caso gli scheletri sarebbero liberi e sarebbero creature malvagie!”
Il mago annuisce. “Esatto. Questo è un rischio. Sì, la mia magia potrebbe portare a conseguenze negative in circostanze estreme”. Sbatto le palpebre. “Ma, ma, non mi pare una cosa da poco!” L’uomo sorride. “Certo, dovrei fare molta attenzione, ma i rischi non ci sono anche con altri incantesimi? Un incantesimo di paura potrebbe far si che qualcuno si ferisca. Un’illusione potrebbe avere effetti imprevisti. Una palla di fuoco lanciata con disattenzione può provocare morti e incendi…”. Muove la mano come a sottolineare che esisterebbero altri esempi.
“Però…però è diversa la situazione, no?”. L’uomo fa una smorfia mentre riflette. “Sì, sì, è leggermente diverso. Però è una questione aggirabile. Parliamo di controindicazioni, non di effetti diretti. Se riuscissi a sviluppare un incantesimo che distrugge i corpi al momento della mia morte, allora la necromanzia sarebbe completamente innocua e priva di rischi. Allo stato attuale è leggermente più rischiosa, forse, di una palla di fuoco, ma sicuramente è più costruttiva, in quanto con degli scheletri animati posso difendere una città, costruire edifici e tanto altro. Se ci liberassimo dei pregiudizi potremmo usarli anche come aiutanti in vari lavori, anche all’interno delle città.”.

Rimango seduto a finire il brandy mentre rifletto. Sì. Ha senso. Certo, i cadaveri animati sono ripugnanti quindi tendenzialmente chi li utilizza deve avere gusti strani. Certo, potrebbero essere un po’ più rischiosi delle palle di fuoco, ma in effetti sono una risorsa. Che sia davvero tutto un grande pregiudizio?
Scuoto la testa, mi riprendo e torno al punto di partenza.
“Quindi non hai avvelenato l’acquedotto?”. Domando in maniera diretta. Lui sorride e scrolla le spalle. “Se così fosse, non credi che ti avrei semplicemente ucciso? Poi cosa dovrei guadagnarci dalla morte indiscriminata di persone in una città in cui nemmeno vivo? La polvere dei miei fiori costa. Non la sprecherei per così poco!”: Un punto di vista un po’ cinico, ma efficace. “Quindi immagino che la donna che ho visto non sia una schiava…”. Qui il mago ride di gusto. “E perchè mai dovrei avere una schiava? Sono più costosi e meno efficienti degli scheletri!” Ride di nuovo prima di continuare. “Lei è mia nipote. La figlia di mio fratello!”. A sostegno della sua affermazione, mi mostra vari ritratti di famiglia. Sì, la donna è chiaramente lei. “Ma lei…lei..ha detto che…”. Scuote la testa sconfortato. “Sì, ultimamente è un po’ su di giri, un po’ strana, e si diverte in modi bizzarri. Però pensaci: com’era vestita? Aveva gioielli? Sembrava davvero una prigioniera? Qualcosa la tratteneva?”. Rimango fermo a ripensare. In effetti, aveva un bracciale d’oro e un vestito verde lungo. Capelli curati. Sì, difficile che stesse svolgendo lavori di fatica così. Poi le porte erano aperte. Fisso l’incantatore. Sono basito. “Lo so, mi dispiace per il suo comportamento.”. Sembra assolutamente sincero ed effettivamente la cosa ha senso. “Allora…allora…temo di aver travisato.”. Lui scuote le spalle. “E poi,…beh, mi dispiace anche per…coso…Bartolomeo.”. Indico lo scheletro che ho lasciato riverso sul pavimento.
“Non ti preoccupare. La cosa positiva è che ne posso ricreare uno nuovo con poco sforzo.”.

Finiamo coi convenevoli. Ringrazio per l’ospitalità, recupero la spada e saluto. Scendo le scale, mi sento la testa pesante e leggera al medesimo tempo. Tutta questa strada. La fatica. La morte di Epona. Tutto per nulla? Chi è allora il vero responsabile? Devo ritornare in città. Stavolta non dovrei perdermi e quindi sarà più facile. Esco dalla casa. La luce del sole sembra così forte da ferirmi gli occhi. Troppo tempo in penombra. Mi incammino verso la strada, sospiro, l’inutilità del mio viaggio è sconfortante. Mentre mi allontano vedo gli scheletri che lavorano. Non mi prestano attenzione. Proseguo.
La luce è ancora troppo forte, non mi sono abituato. Inciampo. Dannazione. Mi rialzo. Mi gira la testa. Mi appoggio a un albero. Che succede? Fatico a tenere gli occhi aperti. Il cuore sembra voler esplodere.
Vedo una figura che si avvicina. La giovane donna. Provo a chiedere aiuto.
“Inutile, sei stato inutile!” Mi apostrofa. “Speravo l’avresti ucciso. Quel rincitrullito possiede una fortuna, ma invece di godersela rimane a vivere qui nel mezzo della foresta! Potrei ereditare il suo patrimonio e andare a vivere nella capitale come una principessa, ma niente.”. Sbuffa, mi calcia, ma non sento dolore. Il mio corpo non risponde. “Avevo lasciato tante di quelle tracce che pensavo sarebbero arrivati in forze e non solo un povero fesso come te. Ma ora userò la tua morte come indizio ulteriore. Non temere.”. Mi porto le mani alla gola, cercando di continuare a respirare. “Ah, poverino. Secondo te perchè ti ho lasciato così tanto a chiacchierare nella stanza col camino, mentre io ero ben lontana dal fumo? Esatto. Povero citrullo! Ti ho avvelenato io. La mia fortuna è che nessuno sospetta di una giovane fanciulla quando lì accanto c’è un necromante!”. La sua risata mi rimbomba nelle orecchie, poi il buio.



Ok, questo è quanto, spero vi sia piaciuto. Ditemi che ne pensate, se era già troppo ovvio dove si sarebbe andati a parare, e magari fatemi sapere che opinione avete voi della necromanzia (anzi, in particolare degli incantesimi necromantici per rianimare cadaveri) eticamente parlando.
Nel caso ho altri raccontini e Background dei personaggi che ho un po’ “romanzato”. Li trovate qua.

Altrimenti se vi piacciono i pipponi sulle regole, sulle interpretazioni e sui modi di gioco, ne ho una vera collezione.

Iscriviti alla newsletter

Se ti va puoi iscriverti così da non perderti le novità e restare in contatto.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

4 commenti su “Etica, Veleni e Necromanzia – Racconto Breve”

  1. Io pensavo che il necromante avesse dato qualcosa al paladino per Non-Ucciderlo (ovvero, farlo diventare un non-morto) e che la procedura avesse vanificato il tentativo della nipotina. 😂

  2. Quanto mi piacciono le storie in cui si sovvertono i pregiudizi. Se poi mi ci metti una discussione di filosofia dentro (e mi citi Hume, che è uno dei miei filosofi preferiti) allora mi hai convinto.
    Quando sono arrivato al punto dove compariva la nipote ho sentito la mia parte transfemminista che urlava allo stereotipo della donzella da salvare, poi mi sono fermato e ho detto “Suvvia, costui non è stupido e l’avrà fatto apposta. Su, continua a leggere e vedi che ti combina”. Sono stato pienamente soddisfatto.
    L’unica cosa che non ho apprezzato è il del colpo di scena finale, secondo me c’era una maniera più elegante di fare una spiegazione diretta. Così è un po’ caricaturale il personaggio della nipote (ma forse era quello l’intento, e in ogni caso è un piccolo dettaglio in una storia molto ben costruita).
    Però ora ho bisogno di una risposta alla domanda più importante di tutte: per cosa sta “D.Y.”?

    1. Rispondo subito alla domanda: D.Y. sono due lettere a caso che ho messo per dare una nota di colore!
      Sono una persona malvagia e pigra. Il racconto è “agnostico” sull’ambientazione e quindi son stato sul vago, ma dovendo citare un anno mi pareva carino caratterizzarlo.
      Se vuoi puoi fare finta che voglia dire Dopo Yevon (creatura di Final Fantasy X)

      Per il finale, vero. Non soddisfava appieno nemmeno me.
      Se ho tempo, voglia e ispirazione, lo rielaboro.

      Grazie mille!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *