Il licenziamento di Gina Carano è basato su motivazioni giuste?

La Disney ha licenziato Gina Carano per via di alcuni post su twitter. Quindi non la vedremo più nei panni di Cara Dune in The Mandalorian. Almeno, così titolano i giornali. A conti fatti la Lucasfilm pare abbia semplicemente deciso di non rinnovare il contratto. Il che è un po’ diverso, almeno dal punto di vista formale.

La questione sulla correttezza di questo atto non è immediata. Prima di strillare alla “cancel culture” o appellarsi alla libertà di scelta di un imprenditore riguardo i suoi dipendenti, consiglierei di riflettere un attimo. 

Sicuramente io sono di parte, perchè ritengo i suoi tweet decisamente demenziali. Tuttavia questo è compensato dalla mia approvazione verso la sua interpretazione (per nulla viziata dai miei parametri estetici, eh!). Quindi forse le due istanze si controbilanciano e posso approcciarmi in maniera ragionevolmente intersoggettiva.

Cara Dune ti scrivo, così ti licenzio un po’….

Arbitrarietà del Datore di Lavoro

“eh, io gestisco l’azienda, quindi assumo e licenzio chi mi pare”. Affermazione che fa il paio con “questo è il mio locale, faccio entrare chi voglio io”. 
Allora, ripetiamo tutti insieme: avere investito del denaro non ti rende un monarca assoluto, le leggi (e l’etica) valgono anche per chi ha i soldi. 

Sul serio, non si può assumere e licenziare chi si vuole, perchè (a parte i vincoli costituzionali) non possiamo decidere che discriminare le persone è giusto. 
Così come non posso dire “non voglio omosessuali nella mia azienda” o “niente neri nel mio negozio”, non dovrei nemmeno poter dire “non assumo complottisti, transofobi e altro pattume vario”. 

Insomma, non dovremmo utilizzare la carta “l’azienda è mia, decido tutto io”, perchè è un’argomentazione con implicazioni decisamente sgradevoli.

Comportamenti non Consoni

“però almeno un datore di lavoro può licenziare chi ha comportamenti non idonei?”. Sì. Certo, ci mancherebbe. 

Tuttavia noto una deriva sempre più marcata nell’ultimo periodo. Parlo della tendenza a valutare il comportamento tenuto fuori dall’orario di lavoro come se fosse avvenuto in servizio. 

Finché rispetto la legge, non violo specifiche norme aziendali (tipo la riservatezza) o non esagero drammaticamente (ad esempio faccio pubbliche dichiarazioni dicendo quanto mi faccia schifo il mio lavoro e di come la mia azienda sia orribile e il mio capo sia un tiranno incompetente…insomma a quel punto un po’ stai tirando la corda) non vedo perchè tenere in considerazione il comportamento privato

Non possiamo chiedere alle persone di comportarsi in un determinato modo fuori dall’orario di lavoro. Non solo per questioni tipo “libera espressione” e via dicendo, ma anche perchè, semplicemente, il contratto di lavoro prevede un pagamento per un determinato comportamento in determinate ore. Fuori da questo io non sono pagato e non sono tenuto a nessun tipo di atteggiamento specifico.

Sempre per portare esempi comprensibili, non credo sia giusto licenziare qualcuno perchè sostiene la correttezza economica del comunismo o perchè frequenta manifestazioni femministe. 

Pubblico e Privato

Tuttavia gli esempi che ho fatto finora si adattano a un lavoratore dipendente. Se stessimo parlando di un politico, invece, la questione sarebbe diversa: certi atteggiamenti e certi comportamenti potrebbero non essere ritenuti adatti alla carica che ricopre. Questo perchè ha il ruolo di rappresentare e guidare la coscienza politica comune (in teoria, sì) e questo ruolo non si esaurisce mai, rendendo particolarmente meno netta la linea di distinzione tra comportamento pubblico e privato. 

(questa non è roba che mi invento io ora, anche il nostro ordinamento giuridico prevede differenze di applicazione a seconda che si parli di un comune privato cittadino o di una persona pubblica)

Se un politico facesse un tweet con un linguaggio inaccettabile, contenuti discriminatori e falsità acclarate, io capirei senza problemi la sue rimozione dall’incarico o la sua espulsione dal partito (e anche la sua espulsione da Twitter, visto che io vengo bannato dai social un giorno sì e l’altro pure per molto meno).

Gli Attori sono Politici?

Secondo me il nodo della questione è questo. Possiamo ritenere un attore una persona pubblica con responsabilità paragonabili a quelle di un politico

Sicuramente un Endorsment di Scarlett Johansson ha più peso rispetto a quello di un Razzi o un Ciampolillo (battute sulle nostre minutaglie politiche a parte, basti pensare alla vicenda Zaki), però in teoria il ruolo sarebbe un altro.

Secondo me i punti critici sono due.

Descrittivo contro Prescrittivo

Insomma, a conti fatti un attore dovrebbe recitare e immedesimarsi un personaggio, mentre un politico dovrebbe prendere decisioni responsabili riguardo la guida di un paese, dovrebbe cercare di promuovere paradigmi culturali in grado di migliorare la comprensione critica delle masse e dovrebbe avere un ruolo di punta nella produzione di schemi logici per la comprensione dei nuovi fenomeni. Poi però abbiamo Gasparri. Anche se ne mettessimo 100 insieme, non potremmo produrre un impegno politico paragonabile a quello di personaggi come Angelina Jolie o Emma Watson (perchè 100×0 = 0, facile).

Quindi se da un lato il ruolo di attore non dovrebbe essere paragonabile a quello di politico, di fatto molti attori di rilievo hanno una capacità di influenzare le masse, anche su temi politici o di diritti civili decisamente superiore a quella del politico medio. Inoltre questa capacità di influenza è data loro proprio in virtù del loro ruolo, quindi è fornita proprio dal datore di lavoro. 

Poi se sia giusto prendere atto di questo fatto e comportarsi di conseguenza, trattando gli attori come se il loro contratto prevedesse un certo tipo di comportamento pubblico oppure se sia auspicabile lottare contro questa parificazione, per cercare di risolvere il dubplice problema di assenza di contenuti in politica e di estrema possibilità di influenza detenuta dai personaggi famosi, scondo me è dibattibile. Anche se temo sia giusto classificare la seconda come una battaglia persa in partenza. 

Quando il Quantitativo Diventa Qualitativo

Ammettiamo di aver optato per la prima scelta. Quindi le star, gli attori e le attrici famose sono considerabili persone pubbliche con influenza globale, quindi è giusto regolamentare il loro comportamento fuori dall’orario di lavoro e in base a questo anche licenziarli
Tuttavia, ci sentiamo pronti giudicare portatori di un potere simile anche i vari Mario Rossi che una volta l’anno vengono chiamati per fare uno spot pubblicitario? 
Domanda retorica, ovviamente no. La loro influenza è decisamente inferiore a quella di un assessore secondario in un piccolo paese di una remota provincia. 

Invece un attore che ricopre regolarmente il ruolo di comparsa? 
Salendo un po’, un attore relegato a ruoli secondari in film di nicchia? 
Un protagonista in alcune serie tv di secondo piano? 

Insomma, posto che agli estremi la situazione sia palese (una star è super influente e una comparsa occasionale no), siamo nella situazione di dover compiere scelte qualitative (quando possiamo considerarli personalità pubbliche) basate si criteri quantitativi. Inoltre cosa dovremmo contare? Il numero di follower e stabilire una soglia di 500.000? I minuti di apparizione moltiplicati per il numero di spettatori? Chiediamo agli autori di FATAL di elaborare una funzione per valutare la giusta soglia? 

Ad ogni modo, qualsiasi criterio decidessimo di usare, avremmo la ridicola situazione in cui due attori, differenziati solo da una manciata di follower o da un briciolo di rilevanza in un paio di ruoli vengono classificati in maniera diversa, uno come personalità pubblica e uno come persona privata. 

Insomma il classico problema di quandi si valuta il qualitativo tramite il quantitativo (quanti chicchi di riso servono per fare un mucchio?).

Conclusioni

Mi spingo a dire che Gina Carano è considerabile come personalità pubblica. Se non altro per la rilevanza mediatica data al suo licenziamento. 

Quindi se non vogliamo intraprendere una giusta battaglia persa e preferiamo regolamentare la situazione attuale effettiva, trovo decisamente comprensibile che venga licenziata per i suoi tweet. Poiché, ricordiamolo, è riuscita a discriminare trans, ebrei e a pubblicare falsità storiche e sanitarie.

Inoltre faccio fatica a empatizzare e a preoccuparmi per la sua condizione, perché credo che guadagni qualcosina in più di un operaio. Questo la posiziona automaticamente in coda nella lista delle mie priorità. Potrei addirittura essere pronto a considerare la mole dello stipendio come ragionevole al fine di richiedere correttezza h24 7/7 quando si è in pubblico (di nuovo siamo al qualitativo basato sul quantitativo).

Poi mi dispiacerà non vederla più nel ruolo di Cara Dune, tuttavia non possiamo ritenere il diritto all’intrattenimento superiore a qualsiasi altro. 


Se vi interessa ho scritto altro a tema Star Wars e Mandalorian, giuro, roba meno pesante di questa (ad esempio come replicare i personaggi in d&d 3.5, Pathfinder e d&d 5e).

Se invece vi interessano gli spoloqui a caso, c’è una sezione “di tutto un po’“, in cui potrete trovare, appunto…

Limiti all’interpretazione per Voti del Paladino e Patrono del Warlock – Quando togliere i Poteri – D&D 5e

I voti del Paladino (oath, per chi ha il manuale in inglese) e i patroni del Warlock sono spesso chiamati in causa quando si parla di indicazioni o limitazioni all’interpretazione di un personaggio da parte del giocatore. In che modo un patrono può controllare le azioni del personaggio? Che limite si può dare al ruolo interpretato dal giocatore in seguito a scelte di classe e sottoclasse? Che succede se un paladino infrange i giuramenti o se un Warlock rompe il patto? Perdono i poteri? Cambiano classe? Nel titolo ho parlato di Paladini e Warlock perchè sono i più citati in questo ambito. Però la questione si ripresenta in maniera simile per Druidi e Chierici.

Cerchiamo di affrontare la questione dai 3 punti di vista principali: RAW, RAI e RAF (se non sapete di cosa parlo, ecco una spiegazione approfondita dei termini. Ad ogni modo sono rispettivamente (in poche parole) le regole letterali, le regole secondo l’interpretazione verosimilmente voluta dall’autore, le regole interpretate per massimizzare il divertimento al tavolo).

Non so cosa rappresenti, ma se vi impegnate potete scorgere un’allegoria, secondo me. Ditemela nei commenti.

RAW – Cosa dicono le regole

Non siamo più in D&D 3.5. Per certi versi sono un nostalgico, però questo di certo non mi manca: in D&D 5e non si possono più perdere i poteri per questioni legate a codici di condotta o allineamenti (gli allineamenti usati in maniera prescrittiva erano un bel limite). La quinta edizione è decisamente più permissiva. Voi mi direte (oppelor, spero di no) “ma io sono il master, faccio come mi pare”. Ok. Se al vostro gruppo va bene, non vedo perchè no. Però togliere i poteri perchè non si rispettano i voti o si va contro la volontà del patrono (o della divinità) è un po’ come decidere che il personaggio ha un tumore, senza alcun motivo e senza TS. Potete? Ok, certo, voi narrate le scene, quindi potete. Però le regole non vi supportano e spero che i vostri giocatori non vi sopportino.

Certo per il Paladino abbiamo questo paragrafo. Il secondo capoverso fa riferimento all’espiazione in caso di trasgressione. Intanto usa la parola typically, non certo la più indicata per esprimere necessità stringenti, inoltre non parla di perdita di poteri. La quale non viene nominata neppure nel terzo capoverso, seppure si faccia riferimento alla possibilità di interrompere la progressione come Paladino

Pagina 86 del manuale del giocatore.

Oathbreaker e Deathlock

Questo è uno dei motivi per cui Paladino e Warlock sono più spesso vincolati di altri a uno specifico comportamento. Il Deathlock è un mostro presente sul Mordenkainen’s Tome of Foe, mentre tutti conoscono l’Oathbreaker, anche se magari con il nome di Apostata (no, non a prostata), e sta sul manuale de Dungeon Master.

L’Oathbreaker è appunto un paladino che ha rotto il suo voto “per seguire un’ambizione oscura o servire un padrone malvagio”. Verrebbe da dire che sia naturale far diventare Oathbreaker un qualsiasi Paladino che infranga il suo voto. Purtroppo per voi, il manuale non dice nulla del genere. Intanto il virgolettato sopra specifica delle restrizioni particolari sulle motivazioni per cui il voto viene rotto. In aggiunta queste sono regole (come scritto espressamente) create per degli antagonisti, per i malvagi della campagna, anche se i PG possono selezionarli previa approvazione del DM.

Sicuramente non viene indicato in alcun punto che un Paladino che non si comporti secondo i dettami del voto cambi in automatico la sottoclasse. Solo se il paladino viola volontariamente il codice e non ha alcuna intenzione di redimersi, allora una delle possibili scelte è il cambio di sottoclasse.

Discorso simile per il Deathlock. Si tratta di una creatura non morta generatasi quando un Warlock infrange il patto con il patrono. Rimanendo sul RAW, come promesso, possiamo vedere che viene indicata come eventualità estrema e non suggerisce in nessuna maniera che un PG potrebbe subire questa sorte. Se poi vi servissero altri indizi: vi sembra plausibile che un halfing dopo aver infranto il patto diventi una creatura di taglia media? Ecco, ho concluso, vostro onore.

Ad ogni modo se volete spulciare i Sage Advice (che non sono RAW, lo so) vedrete che sconsigliano di togliere i poteri al warlock, perchè il suo rapporto è più studente/insegnante che fedele/divinità.

Stesso discorso per il Paladino: i Sage Advice suggeriscono per i casi estremi un cambio di classe, di oath, oppure iniziare un multiclasse, ma mai la rimozione dei poteri, anche perchè questi non provengono necessariamente da una divinità.

Cosa richiede esattamente un patto o un voto

Abbiamo appurato (oh, sta scritto nero su bianco, se non vi ho convinto rileggete il manuale) che non si possono perdere i poteri, però cerchiamo di capire cosa richiedano RAW i voti e i patti.

I vari Tenets degli Oath del Paladino cambiano ovviamente per ogni sottoclasse. Prenderò quella della devozione perchè è utilizzato come esempio sui vari siti con le SRD legali. Tradurrò un po’ a braccio, non fucilatemi.

  • Onestà: non mentire e non ingannare.
  • Coraggio: non aver paura di agire anche se la cautela è saggezza.
  • Compassione: aiuta gli altri, proteggi i deboli e punisci chi li minaccia. Usa pietà verso i tuoi bersagli, ma con saggezza.
  • Onore: tratta gli altri correttamente e fai in modo che le tue gesta onorevoli siano di ispirazione agli altri. Compi il massimo del bene, causando il minimo di male.
  • Dovere: sii responsabile per le tue azioni e per le conseguenze. Proteggi chi è affidato alle tue cure e ubbidisci a chi ha autorità nei tuoi confronti.

Ok, sorvolando sulla mia traduzione grezza, possiamo vedere che se volessimo leggere questi voti come se fossero regole da seguire RAW, alla lettera, sorgerebbero dei problemi.

Onestà prevede che se avete nascosto dei bambini perchè in città sta avvenendo lo sterminio di tutti i primogeniti maschi e una guardia vi chiede se sapete dove siano, voi dovete dire di sì. Al limite potreste esordire con un “non ho intenzione di rispondere a questa domanda”. Poi non stupitevi se vi catturano il pg e lo sottopongono a torture o meglio ancora domini mentali. Oltre ad essere assurdo, controintuitivo e sgradevole da ruolare (cosa che non ha molto a che vedere col RAW, in effetti), tutto ciò cozza con il punto Compassione e Onore.

Dunque per un Paladino che interpreti il codice alla lettera non c’è un modo di uscire dalla situazione precedente.

Quindi essendo un sistema autocontraddittorio, inconsistente, non possiamo pretendere di interpretarlo RAW.

Quindi siamo costretti ad utilizzare un’interpretazione sfumata e personale, in cui ogni giocatore potrebbe valutare diversamente. Per cui (per esempio), magari non sarebbe considerabile mentire il non rispondere a una domanda o il dire una parte della verità in modo che sia fraintendibile. Oppure, addirittura, mentire a dei malvagi per salvare degli innocenti sarebbe perfettamente legittimo.

Le vere contrindicazioni indicate sul manuale arrivano solo se il paladino infrange volontariamente il giuramento e non intende redimersi. Quindi, RAW, solo se il giocatore pensa di star compiendo quell’azione in aperta violazione ai voti e senza nessuna voglia di cambiare.
Quindi non è il master a decidere, ma il giocatore.

Poi ovviamente non sto consigliando di giocare il paladino della devozione come uno spietato farabutto tagliagole (anche se uno potrebbe fare del reskin e mica si muore). Sto dicendo che i voti non sono come il codice della strada: regole chiare e puntuali (per quanto a volte strambe), ma sono indicazioni di massima, molto comode per prendere spunti interpretative, interessanti da ruolare, ma non sono pensate come limite per controbilanciare il potere dei paladini.

Per il Warlock la questione è ancor più semplice: non esiste nessun patto. Sul serio. Come può un Warlock non seguire un patto se questo di fatto è un contratto di una sola riga la quale recita “io e te abbiamo un contratto”? Se qualcuno su un qualche manuale ha trovato una regole che lasci intendere come un Warlock debba seguire alcune indicazioni o alcuni ordini del patrono, me lo faccia leggere che son curioso.

RAI – Come interpretare le regole

Ok, le regole prese in senso letterale non ci aiutano a imporre limiti di comportamento o a far ruolare i personaggi in un modo ben determinato. Cerchiamo di capire però quale fosse l’intento degli autori.

Tanto per cominciare non abbiamo più vincoli di allineamento e gli allineamenti non hanno alcun valore regolistico. Quindi il Paladino di cui sopra può tranquillamente essere Caotico Malvagio e un Warlock sottoclasse Fiend può essere Legale Buono.

Questo da regole, senza alcun limite, indicazione di massima o vincolo da parte degli autori. Il che fa supporre l’intento di creare un gioco con meno vincoli e restrizioni al comportamento dei PG.

Si aggiunga a questo che non esiste alcun tipo di contraccolpo nel caso non si seguissero i precetti dati dai voti e gli inesistenti vincoli dati dal patto, a meno che questo non sia fatto volontariamente e senza l’intenzione di redimersi.

Certo, mi si potrebbe obiettare che comunque il Paladino presenta delle indicazioni e quindi queste dovranno avere un qualche significato.

Ok, andiamo con ordine, prendiamo una razza a caso: il nano. Stando al manuale i nani hanno una prospettiva diversa dagli umani, onorano le tradizioni (tra cui duro lavoro, battaglia e forge), sono determinati e leali, eccetera.
Ora, sinceramente, voi davvero direste a un giocatore come interpretare il proprio PG nano in modo da fargli seguire queste prescrizioni? Eppure stanno scritte nero su bianco sul manuale! Certo, sarebbe bizzarro poi far perdere i poteri da nano a un pg che si dimostri poco stakanovista…
(mi spiace, ma Tordek ha rifiutato lo straordinario, quindi ora ha perso la scurovisione)

Potrei prendere ad esempio anche il ladro. Nella descrizione viene dichiarato che preferisce la furtività alla forza bruta. Deve essere preso come parametro vincolante? Si tratta di una regola ferrea? Che accade in caso di violazione? (spoiler: niente).

Il punto è che chiaramente in quel caso si tratta di “testo di colore“, di “flavour“, “fluffa” (chiamatelo come volete, basta capirsi). Insomma, quelle parti anche interessanti che però non sono regole, quindi se si ha voglia di uscire un po’ dagli schemi e fare un PG diverso dai soliti stereotipi, si possono ignorare senza alcun problema.

Non vedo perchè per i giuramenti da Paladino la faccenda dovrebbe essere significativamente diversa. Ok, hanno un loro paragrafetto dedicato prima dell’elenco dei poteri derivanti dal voto. Però non viene detto da nessuna parte che sia vincolante. Potrebbe essere benissimo come un qualsiasi giuramento professionale moderno (Ippocrate, Giuramento Militare…ecc): molto scenografico, ma poco vincolante.

Poi se dovessi dire la mia (sono qui apposta, quindi meglio che lo faccia, no?) probabilmente sono pensati per avere un peso maggiore rispetto alle descrizioni di razze e classe. Però mi dà l’idea che siano più da utilizzare come spunto, come indicazione di massima per delineare alcuni tratti del carattere, piuttosto che come i vecchi codici di condotta della 3.5.

Quindi trovo perfettamente legittimo e in linea con il regolamento che si voglia giocare un paladino della devozione come una persona decisamente onesta, onorevole, coraggiosa e tutto quanto. Però allo stesso tempo trovo interessante voler approfondire l’etica che sottostà a questi giuramenti, interpretandoli diversamente, con significato traslato o secondo canoni morali differenti e non rigidi. Anche solo per uscire dai soliti stereotipi, come quando si gioca un nano astemio e sbarbato o un ladro grosso e stupido e via dicendo.

RAF – Problemi col Divertimento

Eccoci al RAF, vale a dire l’interpretazione che uso di solito. Ovviamente è ancor più soggettiva rispetto alle altre e tende a variare da persona a persona. Però vediamo alcune questioni di massima.

Intanto comincio col dire che il Paladino non è più forte di un Bardo e un Warlock non è più forte di uno Stregone. Con questo vorrei dire che i vincoli (inesistenti) del patto e (quelli puramente indicativi) dei voti non sono da intendersi come una sorta di bilanciamento per compensare capacità di classe maggiori.

Poi sarebbe abbastanza demenziale utilizzare questo metodo di compensazione, però c’è a chi piace.
Ad ogni modo non essendoci il bisogno di controbilanciare uno strapotere di alcuni personaggi, al fine di generare un gioco più equilibrato, non mi sento proprio di consigliarvi un utilizzo stringente dei voti, del patto, delle divinità e di qualsiasi altro fattore esterno che possa controllare le scelte etiche del PG.

Quindi, a meno che non piaccia sia al master, sia ai giocatori (e di conseguenza non si rovini mai l’atmosfera per discutere su cosa dovrebbe fare il personaggio per seguire i dettami della classe), io consiglierei di non usare mai questo tipo di interpretazione prescrittiva. Poi ovviamente, tavolo vostro, decidete voi. Però tenete conto che non sarebbe un’interpretazione delle regole, ma una vera e propria variante delle regole base, quindi andrebbe decisamente discussa nella sessione zero.

Riassumendo:
– le regole non prevedono un sistema di punizioni
– le regole non prevedono regolamenti rigidi di comportamento
– ovviamente ognuno gioca come preferisce, la cosa importante è che tutti al tavolo siano contenti.



Se siete d’accordo con quel che dico e vi piace il mio punto di vista, date uno sguardo alla questione sui multiclasse, oppure visitate la sezione teorie sul GdR.
Se odiate il mio punto di vista, visitate ugualmente quelle sezioni, ma con una faccia truce e imprecando sommessamente.

Ad ogni modo esiste anche una sezione D&D 5e. Fateci un salto (roll athletics).

Critica all’Utilitarismo e all’Utilità Marginale

L’utilitarismo è una concezione etica che ha preso piede nel XIX secolo, con i contributi fondamentali di Bentham e Mills. Qui affronto un approccio non canonico, usando i principi da loro esposti per arrivare a conclusioni differenti. Andiamo con ordine: riassumendo all’osso si può affermare che il nucleo dell’utilitarismo consista con l’affermazione dell’identità tra felicità e bene. Dunque la società più giusta è quella con la maggiore somma delle felicità individuali.

Ovviamente un riassunto del genere può provocare la morte di 5 dottorandi in filosofia, però se volete approfondire un minimo seguite il link, o, meglio ancora, leggete On Liberty.

Si può vedere immediatamente che un criterio del genere non ha il minimo riguardo per la tutela delle fasce disagiate della popolazione.
Citando il famoso esempio del pollo di Trilussa, se tu mangi due polli e io nessuno, allora abbiamo mangiato in media un pollo a testa. Dunque una distribuzione del genere sarebbe, dal punto di vista utilitaristico sopra esposto, migliore di una in cui entrambi avessimo un pollo e mezzo da dividere equamente.

Qui entra il concetto di utilità marginale. Senza entrare nei dettagli, utilizzando questo criterio si calcola l’utilità che un individuo guadagna dal consumo di una singola dose di bene. Per cui, sempre banalizzando all’estremo, se tu hai mangiato già mezza torta e io nulla, e avessimo una nuova fetta di torta da spartirci, questa toccherebbe a me, perchè essendo affamato trarrei molto più benessere di te, che sei praticamente sazio. Con l’aggiunta di questo parametro la situazione sembrerebbe risolta. Tuttavia i problemi non sono finiti. Facciamo un esempio semplicistico e leggermente banalizzante: supponiamo di dover costruire qualcosa di sgradevole in una città. Poniamo una discarica, o un inceneritore. Dove la piazzeremo? Vicino al quartiere povero e degradato, con topi, fogne mal funzionanti, e chi più ne ha più ne metta? Oppure in un quartiere agiato e raffinato, abitato dai ceti medio alti, con giardini, parchi e tanto più? Usando il calcolo dell’utilità marginale si noterà che le condizioni di vita nel quartiere povero peggiorerebbero in maniera molto meno marcata  rispetto a quelle del quartiere ricco, dunque è nel primo che deve essere costruito l’inceneritore. Questo ovviamente solo se la densità abitativa dei due quartieri è simile, perchè altrimenti il peggioramento di vita dei singoli peserebbe in maniera maggiore in virtù del loro numero. Molti di voi penseranno “beh, in effetti meglio costruire l’inceneritore nel quartiere povero che in quello benestante, se abbiamo solo queste due scelte”. Personalmente io ritengo che peggiorare ulteriormente le condizioni di vita della fascia della popolazione che già versa in stato peggiore non sia mai una buona idea.

Però la questione non finisce qui. Confrontiamo i possibili sviluppi successivi: poniamo che l’amministrazione abbia X euro da investire e prenda in considerazione l’idea di ridurre drasticamente le immissioni dell’inceneritore con nuovi filtri all’avanguardia.
Se l’inceneritore fosse nel quartiere benestante, con la somma X si potrebbe migliorare notevolmente il livello di benessere degli abitanti, mentre nel quartiere povero e degradato il guadagno sarebbe decisamente minore, al punto da rendere, probabilmente, più vantaggioso in termini di utilità marginale, affrontare un investimento diverso. Questo vale per la risoluzione di qualunque problema sociale: l’utilità marginale sarà maggiore laddove vi è la risoluzione di un unico problema, piuttosto che dove si risolve una sola questione tra le tante. Visto che i paragoni tra la politica e la medicina non passano mai di moda, potremmo dire che sarebbe come dare la precedenza alla cura di chi ha solo una frattura, piuttosto che verso chi ha tutti gli arti fratturati. Insomma, così come nel caso dell’utilitarismo precedente al concetto di utilità marginale, siamo in presenza di un criterio che tutela la fascia media, a discapito delle fasce più disagiate.


Per me è no.

Diciamo che questo può ricordare la questione del RAI e del RAW applicati alla costituzione.